U.E.P.E. RAGUSA

Progetto “Liberamente” – Anno 2022

Progetto “LIBERA-MENTE” – U.E.

Data:
14 Dicembre 2023

Progetto “Liberamente” – Anno 2022

Progetto “LIBERA-MENTE” – U.E.P.E. Ragusa
Report finale
Presentazione
Il Progetto Libera-mente è stato realizzato nel periodo maggio-ottobre 2022 con la collaborazione di “Libera, nomi e numeri contro le mafie”. E’ stato strutturato in incontri di gruppo sui temi della legalità, del bene comune, della memoria delle vittime innocenti di mafia, fino ad includere un’esperienza residenziale di cittadinanza attiva presso un bene confiscato alla mafia in Belpasso (CT). Le attività di gruppo hanno coinvolto 13 soggetti in esecuzione penale esterna, quasi tutti accomunati da storie giuridiche di devianza strutturata, mentre la fase residenziale presso il bene confiscato alla mafia (Coop. Beppe Montana dal 13 al 16 ottobre 22), ha visto la partecipazione attiva di 9 utenti, 8 affidati in prova al servizio sociale e 1 libero vigilato. Almeno due funzionari di servizio sociale, anche alternandosi, hanno partecipato ai diversi incontri realizzati ed anche all’esperienza residenziale, elemento questo che, da un lato, ha favorito l’osservazione
partecipante, dall’altro, ha contribuito a creare ambienti non giudicanti e aperti alla ricomposizione dei legami umani e sociali.
L’iniziativa, finalizzata alla prevenzione della recidiva e alla ricostruzione valoriale dell’appartenenza sociale, ha consentito di raggiungere, attraverso le tappe che saranno di seguito descritte, i risultati attesi.
Le tappe del percorso
Il progetto, nella prima fase, si è articolato in incontri, della durata di circa due ore, con persone e presso luoghi che riportano alla memoria la violenza dei crimini perpetrati dalla criminalità organizzata, con lo scopo di favorire la condivisione di esperienze, riflessioni e pensieri utili a ridefinire i valori qualificanti della vita collettiva.
Durante il primo incontro, tenutosi il 1° giugno presso la Parrocchia San Pier Giuliano Eymard di Ragusa, la Direttrice dell’ULEPE ha presentato il progetto e ha introdotto Vittorio Avveduto, referente provinciale di Libera, che ha illustrato la mission dell’Associazione, coinvolgendo i partecipanti in un proficuo scambio di osservazioni e considerazioni aventi ad oggetto alcune delle figure storiche della lotta alla mafia e il loro operato (Pio La Torre, Giovanni Falcone, Paolo Borsellino, il Generale Carlo Alberto Dalla Chiesa e tanti altri).
Il secondo incontro si è tenuto il 23 giugno a Vittoria. Qui i partecipanti si sono riuniti presso il Bar sito all’interno del distributore di carburanti “Esso”, teatro, il 2 gennaio del 1999, della nota strage di “San Basilio” in cui persero la vita, oltre alle vittime designate, due vittime innocenti: Rosario Salerno e Salvatore Ottone. Successivamente, il gruppo si è spostato nel Piazzale “Pio La Torre” per incontrare Rosalinda Ottone, sorella di Salvatore. Con un’esposizione schietta e autentica, scandita dalla voce rotta dall’emozione, ma decisa nel testimoniare il fallimento degli assassini del fratello, Rosalinda Ottone ha stimolato, negli uditori ipnotizzati ed emotivamente coinvolti dal racconto, riflessioni sulla perdita del valore della vita umana e sulle conseguenze in chi è costretto a subirla senza poter comprendere le ragioni del potere mafioso e degli interessi economici correlati.
Ancora una volta, a conclusione della prima fase del percorso, la Parrocchia San Pier Giuliano Eymard ha ospitato il terzo incontro del 5 luglio, durante il quale è stato affrontato il tema dei beni confiscati alla mafia e del loro uso sociale, traendo spunto dall’esperienza di Libera stessa che, attraverso l’operato di cooperative e organizzazioni di volontariato locali, ha ridato vita a luoghi che la mafia avrebbe continuato a sottrarre alla collettività anche a seguito dell’avvenuta confisca, se non avesse incontrato le risposte oppositive di una forte rappresentanza civile.
Il 20 settembre si è tenuto un quarto incontro, volto a presentare l’esperienza residenziale di formazione e impegno e a definirne gli aspetti logistici e pratici per la concreta realizzazione, invitando contestualmente i partecipanti ad esprimere la loro volontaria adesione.
Infine, dal 13 al 16 ottobre, dopo aver ottenuto l’autorizzazione della Magistratura di Sorveglianza per ogni singolo partecipante (9 in tutto), si è attuata l’ultima fase del progetto, quella residenziale.
La meta di Belpasso ha consentito una full immersion nella vita della Coop. Sociale Beppe Montana, cooperativa che gestisce circa novanta ettari di terreno che si estendono dal comprensorio dell’Etna, attraversando la Piana di Catania, fino a giungere alle pendici dei Monti Iblei. Il terreno vede la presenza di un agrumeto, di un uliveto e di diverso seminativo (cereali, legumi e ortaggi), che la cooperativa gestisce rispettando il ciclo stagionale delle colture, come da tradizione agroalimentare e in un regime di agricoltura biologica, operando tale scelta proprio per salvaguardare le caratteristiche peculiari di un territorio appartenente alla comunità e sottrarlo alla logica degli interessi e del profitto proprie delle organizzazioni criminali. La cooperativa è, inoltre, socia del Consorzio Libera Terra Mediterraneo, costituito nel 2008 al fine di consentire alle cooperative affiliate di affrontare il mercato in maniera unitaria ed efficace (Curcio, 2019).
La struttura del programma giornaliero ha previsto diverse attività (dall’impegno nei campi ai laboratori sulla memoria, ai momenti di convivialità) accomunate dal “fare insieme”, dividendo fatica, riflessioni, relazioni ed emozioni, in una dimensione umana che ha annullato le differenze di ruolo, senza per questo negare le regole implicite nei rapporti di subordinazione. Oltre al personale della Cooperativa, erano presenti tre funzionari dell’ULEPE e due referenti di Libera, che hanno supportato i processi di integrazione nel nuovo contesto e curato il legame conseguenziale delle dinamiche interattive, permettendo ad ognuno di diventare attore sul campo e di scoprire come un bene confiscato alla criminalità organizzata possa
generare e promuovere giustizia sociale, condivisione e senso di appartenenza. Tra i momenti più intensi, quello dedicato alla Memoria di Salvatore Raiti, giovane carabiniere siracusano,
ucciso il 16 giugno 1982 insieme ai colleghi (cosiddetta strage della circonvallazione), a seguito di agguato mafioso perfettamente organizzato in occasione del trasferimento del detenuto e boss catanese Alfio Ferlito dal penitenziario di Enna a Trapani. A donare il racconto, accompagnato da una lucida ricostruzione delle strategie messe in atto dalla criminalità organizzata catanese, denso di commozione e di particolari legati alle relazioni affettive di una famiglia spezzata per sempre, è stata Giovanna Raiti, sorella di Salvatore.
Il clima di umanità e di empatia ha generato una forte condivisione di pensieri e riflessioni che, a catena, si legavano l’un l’altro, generando la veicolazione di una sentita riprovazione nei confronti di quel gesto criminale. Tutti, nessuno escluso, hanno avuto lo sguardo puntato sul giovane Salvatore, ucciso a soli 19 anni, e non sul profilo da lui rivestito, solitamente non apprezzato nel gergo carcerario. Tutti hanno sentito la responsabilità di condannare quella violenza e di ringraziare Giovanna per il coraggio di sopportare quel dolore che ancora attraversa la sua vita e di trasformarlo in chiave educativa, quella stessa chiave che ha aperto e può ancora aprire molte coscienze sopite. Giovanna Raiti ha salutato il gruppo, invitando ciascuno, con le parole di Don Ciotti, a non fermarsi alla commozione, ma a muoversi, portando nella propria vita il seme della non violenza e della consapevolezza.
Il 15 ottobre pomeriggio il gruppo si è spostato a Catania, presso la Locanda del Samaritano, luogo in cui, oltre all’esperienza di servizio di Suor Roberta, infermiera professionale, che gestisce la locanda e gli altri servizi di accoglienza alle persone senza dimora, ha ascoltato la testimonianza di Gregorio Porcaro, ex coordinatore regionale e volontario storico di Libera, ma anche ex sacerdote e braccio destro di Don Pino Puglisi. Gregorio Porcaro ha provato a raccontare la figura di Don Pino Puglisi, un parroco non usuale, non solo nel suo modo di vestirsi, ma soprattutto nel suo modo di sentire la missione all’interno del noto quartiere Brancaccio di Palermo, un parroco capace di comunicare con semplicità, con il sorriso e con le sue battute pronte, in grado di arrivare a tutti, anche alle persone meno istruite. In sintesi, ha saputo raccontare come Don Pino sia riuscito, in breve tempo, a smuovere le coscienze, a denunciare l’oppressione delle mafie, a ricostruire il senso di appartenenza della comunità, ridandole dignità, ben sapendo che avrebbe per questo rischiato la vita.
Un ultimo momento significativo, quello della restituzione della domenica mattina, 16 ottobre, condotto da Barbara Pucello, responsabile nazionale di Libera, arrivata il venerdì mattina e riconosciuta dal gruppo come “la dottoressa arrivata da Roma”, capace di integrarsi nella dinamica del gruppo stesso con una modalità semplice e autorevole al tempo stesso. Nella restituzione, è stata data parola a tutti perché l’esperienza potesse chiudersi nel segno della partecipazione attiva e costruttiva. Ognuno ha potuto esprimere il proprio sentire e descrivere i punti di forza e di debolezza che hanno caratterizzato i giorni vissuti in modalità comunitaria, nello stile della vita rurale, fatta di poco e dell’essenziale, seguendo ritmi in parte dettati dalla natura e in parte dalla programmazione definita. Il cerchio umano si è riempito di energia positiva, di pensieri meditati, di emozioni profonde, fino a chiudersi con l’espressione più calorosadell’abbraccio solidale.

Conclusioni
Il coinvolgimento di persone adulte in esecuzione penale esterna, nell’ambito di tale iniziativa di formazione e impegno a carattere residenziale costituisce, quasi certamente, la prima esperienza realizzata dagli UEPE nel territorio nazionale, con una ricaduta operativa che può avere l’ambizione di modellizzare tecniche laboratoriali innovative, incentrate sulla sperimentazione di dinamiche generative di cittadinanza attiva.
L’iniziativa ha, dunque, consentito a tutti i partecipanti di posizionare uno sguardo diverso e maggiormente critico sui crimini e sui meccanismi propri della criminalità organizzata e di poter vivere una esperienza di segno nuovo rispetto a quelle sperimentate nei circuiti penitenziari, un’esperienza di avvicinamento e di incontro con le Istituzioni, che ha certamente abbattuto le barriere comunicative tipicamente etichettanti. Le tecniche interattive, accompagnate alla sperimentazione di una fase residenziale vissuta al di fuori di un contesto giudicante, sembrano aver rappresentato un’opportunità di riscatto dagli esiti più inclini alla prevenzione della recidiva.

 

Ultimo aggiornamento

14 Dicembre 2023, 17:30

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